23 febbraio, 2011

Taccuini dal mondo fluttuante, intervista a Stefano Faravelli


Stefano Faravelli sarà a Roma al museo Tucci il prossimo sabato 26 febbraio alle 17.00 per presentare il libro tratto dal suo ultimo viaggio: Giappone. Taccuini del mondo fluttuante con allegato il dvd realizzato da Stefano Folgaria. I taccuini originali resteranno in mostra fino al 13 marzo.







Di seguito pubblico un'intervista che ho fatto a Stefano per il sito di Urban Sketchers.
Quella di Stefano Faravelli non è una scrittura adatta alla lettura veloce di un blog: come i suoi disegni, è densa di rimandi e significati.

Per chi non lo ha mai incontrato o non verrà a Roma, un recente documentario per la tv svizzera:
Alla corte del mirmecofago, consente un'incursione nello studio dell'artista e nel suo universo poetico.





Disegnare sul posto
. Nel manifesto degli Urban Sketchers la missione principale è quella di disegnare on location (sul posto), definizione meno altisonante della classica
an plein air e meno accademica del disegno dal vero. Cosa significa per te raccontare quello che ti circonda in diretta, nel taccuino? E mentre disegni, cosa succede intorno a te?

Facendo corona tutti intorno, i bambini mi guardano mentre intingo il pennello nell'acqua salata di una pozza, la stessa dove ho deposto il polpo che ho appena pescato con le mani e che ora sto ritraendo. Lo ritraggo mentre, come Proteo, il Vecchio del mare cantato da Omero, si muta in scoglio, in alga, in cirro, in pozza d'ombra sui ciottoli levigati. Proteo è figura del vivente: cangiante unità in cui siamo immersi e di cui facciamo parte... Mentre dipingo, mano, occhi e mente danno altra forma a questa vita e mi sorprendo sempre nel constatare quanto disegno e pittura siano adeguati a penetrare questa cangiante unità e a cantarne la stupefacente bellezza. A condizione di essere sulla cosa stessa, "sul posto" come dite voi, perchè ciò che conta è afferrare l'unità sostanziale del mondo percepibile, come insegnava Pavel Florenskji, senza mediazioni. Ciò è possibile solo quando "l'anima si fonde con i fenomeni percepiti".
Il disegno rende possibile questa fusione in una sorta di andirivieni, estremamente complesso, dello sguardo, della mano, degli impulsi che viaggiano nella corteccia cerebrale e che sono tutt'uno con la cosa vista, con la luce che ce la fa vedere, ecc... Quando disegno un polpo divengo polpo, ciottolo, cirro, scoglio e pozza d'ombra.
Ho risposto alla tua domanda dal versante “interiore"; poi c'è tutto quel mondo di interazioni che rendono il disegno sul posto un’esperienza così piena di fascino, capace di generare reazioni impreviste in chi assiste allo spettacolo, di mettere in moto situazioni interessanti. Avrei racconti bellissimi da fare, hanno ispirato molte pagine dei miei libri.

Organizzare un reportage disegnato
. Come ti prepari ad un nuovo viaggio e come organizzi il lavoro sul posto? Una volta tornato a casa, utilizzi anche altre fonti iconografiche o fotografie?

C'è un taccuino personale, testimone di una ricerca e supporto di un approccio senza mediazioni alla realtà e poi ci sono i libri, che mescolano in percentuali diverse il lavoro personale ad esigenze comunicative e intenzioni narrative più complesse. In questo caso il lavoro fatto sul posto, che rimane la spina dorsale del carnet, si pone in dialogo con tavole elaborate in atelier a partire da schizzi o fotografie, con invenzioni o interventi di “filologia” grafica tratte da libri. I testi, poi, sono sempre scritti a parte, in un taccuino apposito e poi riversati sulla pagina. I miei carnet non vogliono essere l'estemporaneo esercizio di un abilità tecnica ma la narrazione della mia esperienza spirituale di un paese. Sono il tentativo di racchiudere un mondo in un libro e offrire al lettore il miracolo di un viaggio da fermo. La pagina deve contrarre il tempo e lo spazio per poterlo poi sprigionare sul doppio versante narrativo e simbolico.
In questo senso la preparazione “ante viaggio” è fondamentale, naturalmente.
Per il Giappone non ho consultato neppure una guida, ma mi sono letto tutto Mishima e Tanizaki, i testi Zen e Murasaki, Harris e Fosco Maraini. Per tacere del mio rapporto con la tradizione figurativa di quel paese che ispira il mio lavoro da anni... Una volta lì mi sembrava di esserci già stato infinite volte, con altri occhi.
Ciò detto è però vero che il lavoro fatto sul posto ha una “energia” che gioca nell’economia del libro un ruolo insostituibile: chi ne volesse conferma si guardi il documentario che Stefano Folgaria ha realizzato nel corso del viaggio giapponese, filmando la genesi di gran parte dei miei taccuini.
Vedi i video dispacci inviati in diretta dal giappone qui: 1, 2, 3, 4, 5, 6. Il documentario completo è allegato al libro.


La scrittura e il disegno. I tuoi taccuini sono pieni di scritte. Il rapporto tra le immagini e i testi è così stretto che andrebbero pubblicati in facsimile, senza bisogno di ulteriore lavoro di impaginazione. Sei anni fa, prima di conoscerti e prima di aprire questo blog, nei miei taccuini non scrivevo nulla sotto i disegni. Sei stato proprio tu ad incoraggiarmi a farlo, quando mi hai detto "è un peccato non vedere la tua calligrafia. L'interazione tra scrittura e immagine è un caso tipico di uno più uno uguale tre: aggiunge una dimensione ulteriore, quella del pensiero".

Uso la scrittura non solo come notazione mnemonica: il testo esprime il pensiero, che è nel cuore stesso del visibile; non per niente “Idea” ha la stessa etimologia di vedere. I miei testi non sono solo didascalie delle immagini, ma altre immagini, immagini espresse in altro modo. Poi c’è da considerare l’importanza della calligrafia, forma d’arte tra le maggiori in Oriente (Cina, Giappone, Islam). In un calligramma cosa è figura e cosa è scrittura? Forse l’esempio più perfetto di ciò che ho in mente sono i mappamondi medioevali: trovo straordinario come scrittura e immagine si intrecciassero in essi a formare un vero e proprio supporto per derive meditative. Non erano uno strumento per orientarsi tra meridiani e paralleli, descrizioni “orizzontali” del mondo, bensì “macchine mistiche”, dove scritto e figura consentivano pellegrinaggi mentali e morali, autentici viaggi letterari per gente che non si muoveva.

Il rapporto con la realtà. Questo modo di abbinare testo e immagini per raccontare la realtà ricorda una professione scomparsa con l'avvento della fotografia, quella del viaggiatore-disegnatore che ritorna oggi con la definizione del graphic journalist. In Italia il giornalismo disegnato è considerato un po' un imbroglio, che contrabbanda distorsioni soggettive al posto di obiettività. Quale rapporto hai con ciò che disegni nel taccuino: aggiungi, togli, distorci o cerchi di essere obbiettivo, fedele alla realtà? Perchè inserisci frammenti raccolti sul posto, come pezzetti di carta o piccoli oggetti?

Cosa vuol dire cercare l'obbiettività? Certo il nostro sguardo è selettivo, perchè lo è il nostro essere nel mondo... siamo sempre un "punto di vista". Scelgo di raccontare certe cose e non altre, ma il punto è "salvarsi l'anima" nel scegliere come raccontarle. E' a questo livello che riduco al minimo le "distorsioni soggettive". Stringere fedelmente in un contorno (di-segno) e suggerire il volume col colore e il chiaroscuro; sono gesti semplici, che prescindono dall’affettazione dello stile e dalla rivendicazione di presunte estetiche (avvallo di ogni soggettiva abnormità): questo è il mio “danzare in catene". Non aver limiti è la vera costrizione: porre da sé il proprio limite apre la via al suo trascendimento.
La mera esistenza del dato naturale, apparente limite ontologico, è trascesa dall’orizzonte di significati a cui ogni cosa rimanda, che potrei definire come il tessuto teofanico della Realtà. L’analisi delle forme viventi nell’indagine figurativa, che è non soltanto studio della natura, ma implicita ripetizione demiurgica del creato, è già tutta nell’ordine di questo tessuto teofanico.
L'inserzione di "apporti oggettuali", carte, foglie, peli di scimmia o di cammello, crea una ulteriore connessione con quel tessuto: porta il mondo dentro il taccuino. Lo ha capito Daniel Picouly che introducendo il mio libro Mali Secret scriveva: la feuille ramassèe au pied du grand arbre à palabres est tout l’arbre à palabres. Est toutes les histories qu’on a racontèes à ses pieds depuis le jour des temps.


















In english on Urban Sketchers.

2 commenti:

hfm ha detto...

Belissimo!

MIGUEL ANGEL MORALES ha detto...

También una traducción al español, por favor...