30 ottobre, 2009

La realtà attraverso il disegno 3



Fuori dall'aula, disegno di uno spazio con tavoli e studenti che studiano. Grande difficoltà ad affrontare tanti problemi insieme: scelta di cosa inquadrare nella doppia pagina, rendere la prospettiva della stanza, ritrarre un gruppo di persone (che si spostano). Gli occhi si rifiutano di vedere e di trasmettere le informazioni corrette alla mano, compaiono i disegni stereotipati. Forse ho esagerato...



Ogni volta assegno i compiti per casa. Per questa lezione avevo detto di disegnare un oggetto col quale c'è un legame particolare e di raccontare a parole il perchè. Questo è il mio, un'ottima radio del 1968.

4 commenti:

antonio ha detto...

Simonetta, ciao non pensi che come insegnante dovresti riuscire a pensarti "fuori" del taccuino dei tuoi studenti? Perché costringerli a fare le tue stesse cose, vedere con i tuoi occhi? Sembra quasi che tu non riesca a uscire dalla tua stanza se non camminando all'indietro per non dimenticare le tue certezze. Rischi di non apprendere nulla dai tuoi studenti. Insegnare e imparare sono il medesimo momento della cooperazione sociale alla base del sapere. Comunque, anche nel tuo ruolo istituzionale di docente napoletana riesci a emozionarci con i tuoi pennelli ostaggio degli utensili di cucina … poi quella che ti ha regalato zia è stata proprio una bella radio anche se gli architetti hanno sempre preferito la brionvega di zanuso che si sentiva male e si rompeva irrimediabilmente quasi subito.

enrique ha detto...

Pertinente comentario, el de Antonio

Schizzinosa ha detto...

Grazie dei consigli Antonio. Al corso succede un po' di più di quello che racconto nel blog. Se sei di Napoli, passa a trovarci! Mi piace molto cooperare, e questo Enrique lo sa bene...

antonio ha detto...

Ciao Simonetta,
vivo a Roma da cinquanta anni dopo aver imparato a “vedere” nei primi dieci in un posto (Ostia) in cui tutti i giorni, proprio tutti, almeno un paio di volte, mi capitava ( ora dico mi facevo capitare) di guardare il mare. Erano gli anni in cui le città si ricostruivano così, fin da piccolissimo, non facevo altro che osservare la costruzione del meraviglioso urbano. Mi piacevano i tanti buchi che, da li a poco, avrebbero accolto case e palazzi. Il loro essere un modo a volte violento, a volte sorprendentemente leggero, di violare la terra. Il sostituirsi con un vuoto improvviso a un campo, per accostare tra loro, poco dopo, muri bucati da finestre e balconi.Non credo però che sia stato questo a farmi scegliere d’essere architetto. Mi ha rapito piuttosto il carattere collettivo di questo lavoro ( il costruire) e l’aver scoperto nel disegno la sua “parola” Per questo, apprezzando le tue “ narrazioni per quadernetto e matita” mi sono permesso delle segnalazioni didattiche di cui sopra che Enrique sembra aver condiviso. Continuerò con curiosità a sentire le tue parole di carta che, magari, capitando a Napoli mi piacerebbe intercettare. Ciao a te e a Enrique che ho imparato a conoscere ( e a ammirare) grazie al tuo prezioso lavoro. Antonio.